giovedì 26 aprile 2012

Le nanoparticelle usate nei comuni prodotti per uso domestico causano danni genetici nei topi.

Presentiamo la nostra traduzione dell'articolo Nanoparticles used in common household items cause genetic damage in mice, pubblicato il 18 novembre 2009 sul sito divulgativo dell'Universita' di California – Los Angeles (UCLA) da Kim Irwin, direttore delle comunicazioni esterne del Centro Comprensivo Tumori Jonsson:

"Le nanoparticelle, presenti ovunque dai cosmetici e creme solari alle vernici e vitamine, causano danni genetici sistemici nei topi, in base a uno studio comprensivo condotto da ricercatori del Centro Comprensivo Tumori Jonsson presso la Universita' di California – Los Angeles (UCLA)

Le nanoparticelle di titanio biossido (TiO2) inducono rotture del DNA in single e double-strand e causano un danno cromosomico, oltre a un'infiammazione; questi fattori aumentano il rischio di cancro.

Lo studio UCLA e' il primo a mostrare che le nanoparticelle hanno questo tipo di effetto, dice il direttore dell'equipe Robert Schiestl, professore di Patologia, oncologia  delle radiazioni e scienze della salute dell'ambiente presso l'UCLA, scienziato del Centro Tumori Jonsson.

Una volta entrate nell'organismo, le nanoparticelle di TiO2 si accumulano in vari organi perche' il corpo non ha modo di eliminarle. E poiche' sono piccolissime, possono andare ovunque, perfino dentro le cellule, e possono interferire con i meccanismi sub-cellulari.

Lo studio e' apparso nel novembre 2009 sulla rivista scientifica Cancer Research.

In passato, queste nanoparticelle di TiO2 erano considerate non-tossiche perche' non stimolano una reazione di tipo chimico. Tuttavia, e' l'interazione di superficie che le nanoparticelle hanno con l'ambiente circostante – in questo caso l'interno del corpo di un topo – a causare il danno genetico, dice Schiestl. Le particelle si aggirano per l'organismo causando stress ossidativo, che puo' portare alla morte cellulare.

Queste particelle danno luogo a un meccanismo di tossicita', una reazione chimico-fisica, nuovo rispetto alle normali tossine chimiche, che generalmente sono oggetto di ricerche tossicologiche, dice Schiestl.

“Il nuovo principio e' che il titanio e' di per se' chimicamente inerte. Tuttavia, quando le particelle diventano via via piu' piccole, la loro superficie (complessiva, N.d.R.), al contrario, diventa progressivamente piu' grande e lo stress ossidativo e' indotto proprio nell'interazione con l'ambiente circostante”, dice Schiestl. “Questo e' il primo studio comprensivo sulla genotossicita' indotta dalle nanoparticelle di biossido di titanio, possibilmente causata da un meccanismo secondario associato all'infiammazione e/o allo stress ossidativo. Tenendo conto che c'e' un uso crescente di queste nanoparticelle, queste scoperte fanno nascere la preoccupazione sui potenziali rischi per la salute associati all'esposizione.”

La manifattura delle nanoparticelle di TiO2 e' un'industria imponente, dice Schiestl, con una produzione di circa 2 milioni di tonnellate all'anno. Oltre a pitture, cosmetici, filtri solari e vitamine, le nanoparticelle possono trovarsi in dentifrici, coloranti alimentari, supplementi nutrizionali e centinaia di altri prodotti per la cura della persona.

“Potrebbe darsi che una certa porzione di tumori spontanei sia dovuta a questa esposizione”, dice Schiestl. “E alcune persone potrebbero essere piu' sensibili all'esposizione da nanoparticelle rispetto ad altre. Io penso che la tossicita' di queste nanoparticelle non sia ancora stata studiata abbastanza”.

Schiestl dice che le nanoparticelle non possono passare attraverso la pelle, cosi' raccomanda l'utilizzo di filtri solari in forma di lozione. Filtri solari in forma di spray potrebbero essere inalati e le nanoparticelle depositarsi nei polmoni.

Nello studio, topi sono stati esposti alle nanoparticelle di TiO2 con l'acqua da bere e hanno iniziato a mostrare il danno genetico al quinto giorno. L'equivalente umano e' circa 1,6 anni di esposizione alle nanoparticelle in un ambiente manifatturiero. Comunque, dice Schiestl, non e' chiaro se l'esposizione regolare, giornaliera aumenti nell'Uomo esponenzialmente, se si verificasse nel tempo un contatto continuo con le nanoparticelle.

Lo studio dice: “Questi dati suggeriscono che dovremmo preoccuparci del rischio potenziale di tumori o disordini genetici, specialmente nelle persone esposte professionalmente ad alte concentrazioni di nanoparticelle di titanio biossido, e che sarebbe prudente limitare la loro ingestione attraverso additivi alimentari non essenziali, coloranti alimentari, etc.”.

Prossimamente, Schiestl e la sua equipe studieranno l'esposizione da nanoparticelle in topi che presentino deficienze di riparazione del DNA, per aiutare a trovare un modo di prevedere quali persone potrebbero essere particolarmente sensibili alle nanoparticelle.

Lo studio e' stato finanziato dal NIH (National Institutes of Health), agenzia del ministero della salute USA.

Il Centro Comprensivo Tumori Jonsson presso la UCLA ha piu' di 240 ricercatori e clinici impegnati nella ricerca, prevenzione, diagnosi, controllo, trattamento ed educazione sui tumori. E' uno dei maggiori centri comprensivi americani sul cancro, dedicato alla promozione della ricerca e a tradurre la scienza di base in studi clinici di alto livello. Nel luglio 2009, il Centro Tumori Jonsson e' stato messo nell'elenco dei primi 12 centri sul cancro americani dall'US News & World Report, una graduatoria che ha mantenuto per 10 anni consecutivi."

giovedì 9 febbraio 2012

Nuovo trattamento per l'influenza

L'azienda NexGen Biomedical sta sviluppando e sperimentando un nuovo trattamento per l'influenza. 
In un post del 4 febbraio ne "The Scientific Journal Club" su LinkedIn, il loro portavoce Richard A. Lepidi spiega che il loro farmaco, denominato "Inibizione ribosomiale mirata transitoria" (Targeted Transient Ribosomal Inhibition, TTRI), viene somministrato per inalazione e rimane nei polmoni senza diffondersi in modo sistemico.

Il suo effetto terapeutico sarebbe un'attivita' antivirale polmonare, antiinfiammatoria e antiproliferativa.
Sembrerebbe impedire l'azione di 10 proteine virali dell'influenza nonche' la sintesi de novo di citochine e leucotrieni nei polmoni, senza che i tessuti vengano danneggiati. Il farmaco potrebbe cosi' prevenire la mortalita' da qualsiasi ceppo influenzale, compresa l'H5N1, e non risulterebbe sensibile alle mutazioni virali naturali o indotte dall'Uomo.
Le dosi terapeutiche sembrano centinaia di volte inferiori alla dose di sicurezza (NOEL) sistemica.

Interessante. Speriamo che gli sviluppi siano positivi.

martedì 25 ottobre 2011

Sul Bisfenolo A

Il bisfenolo A (BPA, C.A.S. nr. 80-05-7) e' una sostanza di base nella produzione di plastiche utilizzate per la conservazione di alimenti, in particolare il policarbonato (sul fondo dei contenitori, e' contrassegnato dal numero 7 all'interno del simbolo con le freccette); e' presente anche in molte paste per otturazioni dentarie e nella carta termica (scontrini, fax).

E' sotto accusa per essere un interferente endocrino.
Dalle banche dati (RTECS, etc.) vediamo che presenta tutta una serie di caratteristiche interessanti:
  • e' bioaccumulabile nei tessuti adiposi (Log Kow = 3,32) e, come tale, trasmissibile al lattante attraverso il latte materno; 
  • e' un notevole genotossico;
  • e' un notevole teratogeno.
Genotossicita': fra i numerosi dati spicca la formazione di micronuclei in linfociti umani a 12,3 mg/L/22h. Cio' significa che siamo di fronte a una sostanza molto aggressiva verso il DNA delle cellule umane esaminate (linfociti), tanto che il sistema immunitario non e' in grado di contrastare la formazione dei micronuclei (indicativi della forza di questo mutageno, unitamente alla bassa concentrazione gia' sufficiente per rilevarne la tossicita').

Teratogenicita': fra i numerosi dati spiccano le anomalie neurologiche in feti di ratto a 20 ug/Kg. Si tratta di una concentrazione attiva particolarmente bassa, ossia e' sufficiente pochissima sostanza per manifestare l'azione tossica; pertanto, se si dovesse verificare che l'essere umano e' in questo caso, come in numerosi casi, affine al ratto per risposta all'azione tossica, il dato sarebbe particolarmente preoccupante.

Per quanto riguarda l'interferenza con il sistema endocrino, troviamo dati sui ratti con concentrazioni molto preoccupanti (100 ug/Kg subcutaneo in topo; 5,9 mg/Kg subcutaneo in ratto; etc.).

L'Istituto Superiore di Sanita' ha pubblicato un approfondimento (di cui si puo' scaricare anche il corrispondente documento pdf) a cura di Alberto Mantovani e Francesca Baldi - Reparto di Tossicologia Alimentare e Veterinaria - ISS, con alcune spiegazioni e indicazioni utili sui modi per diminuire l'esposizione a questa sostanza tossica. Per comodita' le riportiamo qui sotto:
  • Non usare contenitori alimentari in policarbonato nel microonde. Il policarbonato è forte e durevole, ma con l’usura causata dal tempo e dalle temperature elevate potrebbe rilasciare BPA.
  • Ridurre l'uso di cibi in scatola, in particolare per i cibi caldi o liquidi. Optare, invece, per vetro, porcellana o contenitori di acciaio inox senza rivestimenti interni in plastica.
  • Se si vive in un paese extra-UE, scegliere biberon privi di BPA.
  • Quando si usa una bottiglia di acqua in plastica, non ri-utilizzare più volte.
  • Adottare una accurata igiene orale in modo da ridurre la necessità di cure dentali.
  • Indossare i guanti se si maneggiano molti scontrini in carta termica.

venerdì 7 ottobre 2011

Sostanze chimiche comuni nell'ambito domestico e il rischio di allergie nei bambini di eta' prescolare.

Presentiamo il riassunto dell'articolo Common Household Chemicals and the Allergy Risks in Pre-School Age Children pubblicato il 18 ottobre 2010 sulla rivista ad accesso gratuito PLoS ONE dagli autori Hyunok Choi1, Norbert Schmidbauer2, Jan Sundell3, Mikael Hasselgren4, John Spengler1, Carl-Gustaf Bornehag5,6*
1 Department of Environmental Health, Harvard School of Public Health, Boston, Massachusetts, United States of America, 2 Norwegian Institute for Air Research, Kjeller, Norway, 3 Department of Building Science, School of Architecture, Tsinghua University, Beijing, China, 4 Primary Care Research Unit, County Council of Varmland, Karlstad, Sweden, 5 Public Health Sciences, Karlstad University, Karlstad, Sweden, 6 SP Technical Research Institute of Sweden, Boras, Sweden, *E-mail: carl-gustaf.bornehag@kau.se

Contesto: il rischio, dato dall'esposizione a composti organici volatili (VOCs) dentro le mura di casa, di alimentare malattie allergiche inalatorie nei bambini rimane sconosciuto.

Obiettivo: Abbiamo esaminato la concentrazione residenziale di VOCs, emessi da materiali da costruzione, pitture, mobili e altri oggetti il cui uso dipende dallo stile di vita, e i rischi di malattie allergiche multiple, cosi' come la sensibilizzazione IgE in bambini svedesi in eta' prescolare.

Metodi: in uno studio case-control [strutturato per identificare i fattori che possono contribuire a una malattia, N.d.T.] su 198 bambini con asma e allergia e 202 controlli sani, sono stati raccolti campioni d'aria nella camera da letto di ogni bambino. I campioni d'aria sono stati analizzati per il contenuto di otto classi di VOCs.

Risultati: Un'unita' di concentrazione pari al range 3,43 - 15,65 mg/m3 di VOCs della classe "propilen-glicole + glicol eteri" (PEGs) nell'aria della stanza da letto e' stata associata a una probabilita' 1,5 maggiore di essere un caso clinico [v.d. dopo], 1,5 maggiore di sviluppare asma, 2.8 maggiore di sviluppare riniti e 1,6 maggiore di sviluppare eczema. Si e' tenuto conto del genere maschile/femminile, del fumo passivo, delle allergie in entrambi i genitori, della pulizia a umido con agenti chimici, del periodo di costruzione dell'abitazione, della presenza di limonene, allergeni canini e felini, butil benzil ftalato (BBzP) e di(2-etilesil)ftalato (DEHP). Quando l'analisi era limitata ai casi clinici, la stessa unita' di concentrazione e' stata associata a una probabilita' 1,8 volte maggiore di sensibilizzazione IgE, comparata ai casi non sensibilizzati IgE.
Per le altre classi di VOCs non sono state riscontrate simili associazioni.

Conclusioni: proponiamo la nuova ipotesi che i PEGs entro le mura di casa esacerbino e/o inducano i sintomi di allergia multipla, l'asma, le riniti e l'eczema, cosi' come rispettivamente la sensibilizzazione IgE.

giovedì 22 settembre 2011

Elenco dei 26 allergeni riconosciuti dalla Dir 2003/15/CE

Pubblichiamo, come promemoria, l'elenco degli allergeni riconosciuti dalla Direttiva 2003/15/CE, recepita in Italia dal Decreto legislativo n. 193 del 3 febbraio 2005 in vigore dall’11 marzo 2005:

  • Amylcinnamal (n. CAS 122-40-7)
  • Alcole benzilico (n. CAS 100-51-6) 
  • Alcole cinnamilico (n. CAS 104-54-1) 
  • Citrale (n. CAS 5392-40-5)  
  • Eugenolo (n. CAS 97-53-0)
  • Idrossicitronellale (n. CAS 107-75-5)
  • Isoeugenolo (n. CAS 97-54-1)
  • Alcole beta-pentilcinnamilico (n. CAS 101-85-9)
  • Salicilato di benzile (n. CAS 118-58-1)
  • Cinnamaldeide (n. CAS 104-55-2)
  • Cumarina (n. CAS 91-64-5)
  • Geraniolo (n. CAS 106-24-1)
  • 4-(4-idrossi-4-metilpen-til)cicloes-3-encarbaldeide (n. CAS 31906-04-4)
  • Alcole anisilico (n. CAS 105-13-5)
  • Cinnamato di benzile (n. CAS 103-41-3)
  • Farnesolo (n. CAS 4602-84-0)
  • 2-(4-terz-butilbenzil)-propionaldeide (n. CAS 80-54-6, Liliale)
  • Linalolo (n. CAS 78-70-6)
  • Benzoato di benzile (n. CAS 120-51-4)
  • Citronellolo (n. CAS 106-22-9)
  • Alfa-esilcinnamaldeide (n. CAS 101-86-0)
  • D'limonene (n. CAS 5989-27-5)
  • Ott-2-inoato di metile (n. CAS 111-12-6)
  • 3-metil-4-(2,6,6-trimetil-2-cicloesen-1-il)-3-buten-2-one (n. CAS 127-51-5)
  • Estratto di evernia prunastri ed evernia furfuracea (n. CAS 90028-68-5)
  • Evernia furfuracea, estratto (n. CAS 90028-67-4)


La presenza di ognuna di queste sostanze dev'essere indicata nella lista degli ingredienti riportati nell'etichetta di cosmetici e detersivi, se la loro concentrazione supera singolarmente i seguenti valori:
— 0,001 % nei prodotti che non vengono risciacquati,
— 0,01 % nei prodotti destinati ad essere risciacquati.

All'epoca del recepimento di questa normativa, i mass-media ne diffusero ampiamente la notizia, destando grande attenzione nei consumatori; bastarono pero' pochi giorni di silenzio perche' tutto finisse nel dimenticatoio.
Attualmente molte fra le ditte produttrici, che hanno l'obbligo di legge di riportare gli allergeni in etichetta dei loro prodotti, sfruttano questo oblìo a fini commerciali: e' infatti sufficiente scrivere che la tale sostanza e' "da agricoltura biologica" per nobilitarla agli occhi del compratore, il quale non ricorda che e' un allergene e quindi rappresenta non un pregio, bensi' un difetto dell'articolo che sta acquistando...

venerdì 9 settembre 2011

Sindrome feto-alcolica: 7 neonati italiani su 100 sono a rischio

Dal sito dell'Istituto Superiore di Sanita', pubblicazione del 9 settembre 2011 a cura della dr.ssa Mirella Taranto (Ufficio Stampa dell'ISS):

"In Italia su 100 neonati 7 hanno subito esposizione alcolica nel grembo materno. Si tratta dei primi dati italiani rilevati dal uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità e diffusi oggi nell’ambito di una conferenza stampa in occasione della prima Giornata internazionale della consapevolezza sulla sindrome feto-alcolica. Lo studio multicentrico di prossima pubblicazione è stato condotto attraverso un biomarcatore, l’etilglucuronide, in grado di rilevare l’esposizione all’alcol nel meconio, le prime feci dei neonati. Il gruppo di studio, capeggiato dalla dottoressa Pichini ha messo in luce che c’è un consumo di alcol in gravidanza sottostimato o non riconosciuto da parte delle donne che partoriscono: l’analisi sul meconio di 607 neonati, infatti, ha rivelato un’esposizione media del 7.6% di neonati, con una distribuzione nelle diverse città campione dello studio molto diversificata: da uno 0% nella neonatologia di Verona ad un 29% nella neonatologia dell’Umberto I di Roma.

"Noi non sappiamo quale sia la quantità di alcol che si possa assumere in gravidanza senza rischi e perciò indagini come questa sono estremamente importanti nel campo della prevenzione e della tutela della salute neonatale - afferma il Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Enrico Garaci - perché permettono di far luce su un fenomeno sommerso come quello delle patologie pediatriche sviluppate in relazione all’assunzione di bevande alcoliche durante la gravidanza. In Europa infatti - dice il Presidente Garaci - si hanno pochissimi dati sui disordini feto-alcolici, questo nostro studio è fra i primi e ha coinvolto anche la Spagna. A Barcellona i dati hanno rivelato addirittura il 45% di esposizione neonatale. L’obiettivo di questa giornata è soprattutto l’informazione, alle donne prima di tutto sia quelle in gravidanza che quelle che decidono di avere un figlio che la quantità di alcol in questo periodo deve essere pari a zero".

Per aiutare i medici, neonatologi e pediatri a diagnosticare la sindrome è stata pubblicata dall’Osservatorio Fumo, Alcol e Droga dell’ISS la "Guida alla diagnosi dello spettro dei disordini feto alcolici". Una guida schematica che aiuta a diagnosticare la sindrome feto-alcolica (FAS) e lo spettro dei disordini feto alcolici (FASD), due patologie di difficile diagnosi.La Guida sarà distribuita a più di tremila medici italiani.
Una diagnosi precoce, inoltre, può essere molto utile per individuare possibili rischi e agire tempestivamente. "I neonati devono avere un follow-up specifico - spiega Simona Pichini - perché ancora non si sa che percentuale di loro svilupperà una sindrome feto alcolica e quanti di loro svilupperanno uno spettro di disordini feto alcolici. Si tratta principalmente di problemi neurologici, neuromorfologici, problemi di sviluppo cerebrale, disabilità serie. La sindrome di iperattività e deficit di attenzione, per esempio, è uno dei disordini che potrebbe manifestarsi nell’ambito di un’esposizione del feto all’alcol".

mercoledì 18 maggio 2011

Polietilene degradabile: fantasia o realta'

I film di polietilene, lasciati nell'ambiente, rimangono inalterati per tempi molto lunghi, con effetti negativi sull'ambiente. Ultimamente e' stato presentato il "polietilene degradabile" come un'alternativa ecologica a quello non degradabile, ma non sembra essere una soluzione. Nell'articolo si approfondisce la degradabilita' di polietilene contenente pro-ossidanti, specificamente l'effetto che questi polimeri potrebbero avere sull'ambiente nel lungo periodo. Nell'esposizione a calore, luce e ossigeno, questi polimeri si disintegrano in piccoli frammenti, riducendo o aumentando la presenza visiva. Tali frammenti possono rimanere nell'ambiente per periodi molto lunghi.
Si evidenziano anche importanti questioni - quali i tempi per la completa degradazione, il destino dei residui dei polimeri, il possibile accumulo di tossine - che andrebbero chiarite prima di accettare questi polimeri come una vera alternativa agli equivalenti non degradabili.
Dalla letteratura esistente si evince che il polietilene biodegradabile non e' ancora stato realizzato.

Di questo parla un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Science & Technology, dal titolo: "Degradable Polyethylene: Fantasy or Reality" dei segg. autori:
Prasun K. Roy†, Minna Hakkarainen‡, Indra K. Varma§, and Ann-Christine Albertsson (hone: (0046) 87908274; fax: (0046) 8100775; e-mail: aila@kth.se)‡
[† Centre for Fire, Explosive and Environment Safety, DRDO, Timarpur, Delhi 110054, India; § Centre for Polymer Science and Engineering, Indian Institute of Technology, Delhi, Delhi 110016, India; ‡ Department of Polymer Technology, The Royal Institute of Technology, S-10044 Stockholm, Sweden]


Environ. Sci. Technol., 2011, 45 (10), pp 4217–4227
DOI: 10.1021/es104042f - Publication Date (Web): April 15, 2011
Copyright © 2011 American Chemical Society